Fintech

Direct Lending: i fondi che comprano prestiti e fatture online

Piattaforme fintech e Direct landing

Quali sono le soluzioni e le potenzialità delle piattaforme fintech 

Mentre i fondi di private debt più tradizionali si concentrano sulle emissioni di minibond oppure su quelle di bond più strutturati ma comunque su titoli a medio-lungo termine emessi da pmi tramite i normali canali (banca, advisor, fondo), ci sono fondi che invece preferiscono investire sfruttando le potenzialità delle piattaforme fintech.

Si tratta di una forma particolare di direct lending, cioè di erogazione di credito da parte di un soggetto non bancario, che può riguardare sia i prestiti a medio-lungo termine sia l’acquisto di crediti commerciali, il che ha sostanzialmente l’effetto di un finanziamento a sostegno del capitale circolante.

Sul primo fronte al momento in Italia sono attivi due operatori. Da un lato c’è il fondo Colombo, lanciato lo scorso anno da ART sgr, la società di gestione di Borsa del Credito, piattaforma di intermediazione di prestiti alle PMI finanziata da P101, Azimut Holding e GC Holding. Borsa del Credito, infatti, a fine 2017 ha lanciato il fondo Colombo per investire nei prestiti che vengono offerti dalle imprese sulla piattaforma. Il fondo ha già una dotazione di 10 milioni, su un target complessivo di 100 milioni, che sono stati sottoscritti dagli stessi soci di BorsadelCredito.

Il tutto sulla falsariga di quanto già fa da tempo per esempio Lendix, piattaforma web dedicata di origine francese ed operativa anche in Spagna e in Italia, che lo scorso gennaio ha chiuso la raccolta del suo ultimo fondo a quota 200 milioni di euro. Anche Lendix ha alle spalle i fondi di venture capital e investitori finanziari. Proprio di recente ha chiuso un nuovo round di investimento da 32 milioni al quale ha partecipato anche la CIR di Carlo De Benedetti.

Sul fronte, invece, dell’acquisto di crediti commerciali trattati sulle piattaforme fintech, parecchio attivo è per esempio, Factor@work, che, tramite un veicolo di cartolarizzazione, acquista i crediti commerciali sulle piattaforme fintech e soprattutto su Workinvoice, che invece funge da semplice intermediario tra le imprese che cercano il credito e gli investitori. Factor@Work poi cede le titoli derivanti dalle cartolarizzazioni a investitori istituzionali.

Direttamente coinvolto nell’acquisto dei crediti è invece Credimi, la piattaforma che invece da un lato prevede la possibilità per le aziende di cedere direttamente le loro fatture commerciali e dall’altro sigla accordi di credito di filiera per acquistare i crediti di vari capo-filiera dai rispettivi fornitori. In ogni caso alla fine Credimi cartolarizza quelle fatture e poi offre i titoli derivanti dalle cartolarizzazioni a un gruppo di investitori istituzionali (Tikeau Capital, BG Fund Management Luxembourg - gruppo Banca Generali, Anthila Capital Partners e Anima sgr). Credimi a sua volta acquista il 5% di ogni emissione.


Sul fronte degli investimenti in crediti commerciali c’è poi anche il Supply Chain Fund gestito da Groupama sgr tramite la piattaforma fintech Fifty e operativo dal novembre 2016. Il fondo è stato sottoscritto per 80 milioni dalla casa madre e ha raccolto altri 20 milioni da altri investitori con un target di raccolta complessivo di 200 milioni.

Insomma, le piattaforme italiane che erano nate nella forma di P2P cioè Peer-to-Peer, perché privati finanziassero privati e poi aziende, stanno seguendo la parabola già disegnata dalle loro colleghe straniere, dove appunto sono gli investitori istituzionali a muovere le grandi masse a beneficio delle aziende che chiedono credito online. Certo, nella maggior parte dei casi i privati ancora possono investire, ma appunto i numeri più importanti li fanno i fondi, se non direttamente, tramite cartolarizzazioni.

Questa seconda soluzione, infatti, risulta spesso preferibile a quella dell’investimento diretto, perché il direct lending ancora non ricade nella definizione di strumento finanziario e quindi non può essere considerato un asset eligibile per la normativa sui Piani individuali di risparmio (PIR), il che limiterebbe le possibilità di attrarre investitori sulle piattaforme.

Più nel dettaglio, tutti fondi di investimento aperti, possono investire una quota pari al 10% del loro patrimonio in asset illiquidi e quindi in fondi di investimento chiusi non quotati di vario tipo oppure direttamente in azioni, bond e altre attività finanziarie non quotate. Tuttavia, perché un fondo di investimento aperto possa fregiarsi della qualifica di Pir, deve rispettare i criteri di investimento definito dalla Legge di Bilancio 2017. Perché gli investitori possano beneficiare dell’esenzione fiscale prevista dalla normativa per gli investimenti in Pir fino a 30 mila euro l’anno, per un massimo di 150 mila euro in cinque anni, i Pir dovranno investire almeno il 70% del loro patrimonio in strumenti finanziari emessi da società residenti in Italia o che siano stabili organizzazioni italiane di società membre della Ue o dello Spazio Economico Europeo e di questo 70%, almeno il 30% deve essere investito in strumenti finanziari di aziende quotate o non quotate che non siano membre dell’indice FtseMib.

Ma attenzione, la normativa parla di “strumenti finanziari” e la definizione che si ritrova nel TUF non sembra includere i finanziamenti, che non sono titoli, bensì diritti di credito non “cartolarizzati”, cioè non incorporati in un titolo. Ciò significa che tra gli asset illiquidi Pir compliant ci possono essere soltanto azioni di aziende small cap e minibond, ma non in prestiti erogati a quelle medesime aziende.

 

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