Finanza e Mercati

Liberiamo il capitale circolante

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Il circolante, un macigno che pesa sui bilanci delle aziende

di: Ignazio Rocco di Torrepadula, Claudio Gibilisco e Luca Bottone

In Credimi abbiamo scritto, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, il Manifesto del Circolante Digitale. Si tratta di 10 tesi che esprimono come dovrebbe rinnovarsi la finanza per le aziende in un mondo ideale, a partire dalla finanza per il circolante, che è quella che Credimi offre ai propri clienti.

La tesi #1 dice che: Il circolante immobilizzato blocca crescita e innovazione. Liberiamo il circolante

Il capitale circolante è un macigno che pesa sui bilanci della gran parte delle aziende italiane. In Credimi stimiamo che si tratti di circa 500 miliardi di Euro immobilizzati in crediti commerciali e scorte, solo parzialmente compensati dai debiti commerciali. La metà di questo investimento (se così si può chiamare, dato che si tratta di un investimento del quale ogni impresa farebbe volentieri a meno) grava sui bilanci delle aziende più piccole, quelle con meno di 250 dipendenti e 50 milioni di Euro di fatturato.

Il problema è ben noto, così come ne sono note le cause, prima tra tutte i tempi di pagamento dei crediti commerciali, per i quali l’Italia vanta il triste primato di 88 giorni (contro i 53 in Germania e i 72 in Francia). Ma, nell'attuale scenario di tassi di interesse molto bassi, e di liquidità relativamente abbondante, anche se non per tutti, il problema del circolante può sembrare secondario, nell'agenda di un responsabile finanziario o amministrativo. In fondo, si ragiona, il circolante si finanzia facilmente; in fondo costa anche poco finanziarlo; in fondo, origina da prassi di mercato, e in fondo non fa tanto male al bilancio dell'azienda.

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E invece il capitale circolante continua a essere un problema importante, e anche – se aggredito con energia – una grande opportunità.

Innanzitutto, non è vero che il circolante costi poco. Le aziende italiane hanno in essere, in media, circa 131,5 miliardi di Euro di finanziamenti sul circolante (i cosiddetti autoliquidanti censiti mensilmente nella Centrale dei Rischi presso la Banca d'Italia e pubblicati trimestralmente nel Bollettino Statistico), il cui costo effettivo globale è pari al 4,5% (anche questo censito puntualmente dalla Banca d'Italia). Dunque, le aziende sostengono oneri finanziari pari a 5,9 miliardi di Euro annui derivanti dal circolante. Le imprese più piccole (con accordato fino a 250mila Euro), alle quali vanno circa 38,2 miliardi di Euro dei 131,5 complessivi, subiscono poi costi più alti: per i finanziamenti di piccolo taglio la Banca d'Italia stima un tasso complessivo medio del 6,5%; questo porta quindi a calcolare che gli oneri finanziari sostenuti dalle imprese più piccole per finanziare il circolante siano pari a circa 2,5 miliardi di Euro annui. Per intenderci, si tratta mediamente di circa 8mila Euro per ciascuna azienda italiana.

Non è neanche vero che il circolante si finanzi tanto facilmente. Per le imprese più piccole, il credito complessivo erogato dal sistema bancario continua a stagnare e normalmente le linee di credito rese disponibili dalle banche sono utilizzate al 94%, di cui i finanziamenti destinati al circolante rappresentano almeno il 7,6%. Questo significa che il circolante consuma affidamenti bancari non infiniti, e sottrae spazio che potrebbe essere occupato in maniera assai più produttiva da investimenti destinati alla crescita (per esempio finanziamenti per nuovi impianti, per nuovi punti di vendita, per l'ingresso in nuovi mercati o per lo sviluppo di nuovi prodotti).

Soprattutto, non è affatto vero che il circolante non faccia male al bilancio delle aziende. Il circolante appesantisce lo stato patrimoniale, aumenta i debiti finanziari, riduce – a parità di ogni altro fattore – la rotazione dell'attivo, il ritorno sul capitale investito e il ritorno sul capitale netto. E inoltre, l'aumento di circolante abbatte il flusso di cassa prodotto dall’impresa. Tutti questi indicatori, nessuno escluso, contribuiscono alla reputazione finanziaria di una azienda, e cioè la percezione che della azienda si ha da parte non soltanto delle banche, dei partner finanziari, della comunità degli investitori: non soltanto in vista di quotazione sui mercati azionari, ma anche per esempio in vista dell'emissione di un bond, o anche dell'ingresso di un partner di un private equity. Questi indicatori, sempre di più, contribuiscono anche alla percezione dell'azienda da parte di clienti e fornitori, in particolare se grandi e/o internazionali.

Ma il capitale circolante può anche essere abbattuto!

E' interessante osservare che molto spesso, proprio le aziende che crescono molto e hanno molto successo, sono aziende con un capitale circolante molto leggero, e spesso addirittura negativo (i crediti commerciali e il magazzino sono interamente finanziati dai debiti verso i fornitori).

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Forse si tratta di causalità inversa (proprio perché hanno successo possono permettersi termini di pagamento vantaggiosi), o forse di vantaggi strutturali (per esempio le aziende che comprano in Italia e vendono all'estero pagano lungo e incassano corto). Tuttavia, almeno in una certa misura, il capitale circolante può essere abbattuto anche azionando leve gestionali che sono nelle mani del management, per esempio nei modi seguenti (con l'avvertenza che si tratta di una lista sommaria e non esaustiva):

  • Misurando e controllando in maniera sistematica il costo finanziario complessivo del circolante, compreso il costo, molto significativo, delle linee di credito non utilizzate che si è costretti a tenere disponibili per poter finanziare aumenti imprevisti o stagionalità del circolante.
  • Incorporando il costo del circolante nel costo di gestione di ogni singolo cliente, progetto, commessa, o altra iniziativa; le aziende più grandi, da sempre, attribuiscono sempre un costo figurativo molto importante a ogni dilazione di pagamento, o a qualsiasi elemento negoziale che aumenti scorte o lavori in corso; quelle più piccole, oggi, possono adottare una trasparenza simile con strumenti piuttosto semplici da utilizzare.
  • Assegnandosi obiettivi espliciti di riduzione del circolante, e incorporando questi obiettivi in ogni negoziazione commerciale; in certe situazioni, non è affatto sbagliato rinunciare a una piccola parte dei margini a fronte di pagamenti e/o di pagatori più veloci e puntuali.
  • Tuffandosi nel vasto e profondo oceano dell'ottimizzazione della propria filiera produttiva, che significa collaborare con fornitori e clienti per ottenere una gestione molto più veloce, fluida – e soprattutto prevedibile – degli ordini e delle scorte; la tecnologia ha fatto passi enormi sotto questo profilo, e le applicazioni che permettono di modellizzare e gestire l'evoluzione del circolante sono migliorate moltissimo, anche senza arrivare alle soluzioni futuribili commentate negli eventi sull'Internet of Things (clienti e fornitori che dialogano con i magazzini, i quali a loro volta dialogano con gli impianti e con la finanza).
  • Utilizzando più a fondo e più sistematicamente strumenti quali la cessione del credito, come il servizio di anticipo fatture online fornito da Credimi; in Italia, nel 2016 sono stati ceduti crediti per un turnover complessivo di 202,4 miliardi di Euro (fonte Assifact), da parte di aziende di tutte le dimensioni, con un contributo non trascurabile all'abbattimento del macigno del circolante.
  • Utilizzando più a fondo anche strumenti come il credito di filiera, che permette di ottenere dilazioni dai propri fornitori offrendo loro contemporaneamente liquidità immediata tramite cessione uno strumento anch'esso in forte crescita tra le aziende italiane, che può contribuire a comprimere il circolante in modo piuttosto massiccio.
  • E più in generale, esplorando o sperimentando le tante nuove soluzioni che sia le banche sia i nuovi operatori del fintech sono in grado di offrire.

Liberare il circolante, anche solo un 10-15% di quanto immobilizzato oggi, significa liberare 50-75 miliardi di Euro di risorse per la crescita e per la salute finanziaria dell’azienda.

Non tutte le leve sono nelle mani delle aziende, ma qualcuna sì, e vale la pena azionarle.

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