Finanza e Mercati

Private debt: l’altra “faccia” del debito

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L'analisi delle diverse tipologie di debito emesso da società private.

di BeBeez

Si chiama sempre private debt, ma sotto questo nome si celano diverse tipologie di debito emesso da società private, cioè non quotate su mercati regolamentati. Nella definizione sono infatti inclusi i noti minibond che, come abbiamo visto in un precedente approfondimento, sono ormai per convenzione i titoli obbligazionari di dimensioni sino ai 50 milioni emessi dalle classiche PMI e che, in genere, sono i tipo senior senza strutture particolari e normalmente emessi a livello delle società operative.

Ma nella stessa definizione di private debt sono anche inclusi titoli obbligazionari più strutturati, emessi dalle holding, magari subordinati e che prevedono un cosiddetto equity kicker, cioè in sostanza in warrant per sottoscrivere azioni al momento di un eventuale cambio di controllo. E infine fa parte del private debt in senso lato anche il cosiddetto direct lending, cioè l’attività di erogazione diretta di finanziamenti da parte di soggetti che non sono banche e che sono invece fondi di investimento alternativi specializzati.

In questi ultimi due casi la soluzione di private debt entra spesso nell’ambito di un’operazione di private equity in aggiunta alle linee di credito bancarie o comunque in momenti particolari della vita dell’azienda, come riassetti azionari, nella logica di favorire una successione familiare o un’uscita di un investitore finanziario. Lo hanno ben spiegato, intervenendo al Caffè di BeBeez sul private debt lo scorso 12 giugno, Pier Felice Murtas, managing partner del nuovo fondo Dea Capital Private Debt di Dea Capital Alternative Funds sgr, e Umberto Zanuso, partner di Fineurop Soditic, che lavora spesso al fianco dei fondi di private equity.

In sostanza, la banca tende a offrire soluzioni di finanziamento a più breve termine, diciamo 4-5 anni, mentre i fondi sono disposti ad andare sui 5-7 anni e anche oltre, offrendo ai loro investitori rendimenti lordi del 6-7%. E poi la quantità di leva che il fondo è disposto a erogare è più elevata rispetto a una banca, che infine tende a finanziare preferibilmente le società operative e non le holding di controllo, con bond a rimborso amortizing, meno rischioso evidentemente di un’obbligazione bullet, cioè che prevede il rimborso del capitale in un’unica soluzione alla scadenza.

Da non dimenticare, infine, il fatto che un fondo di private debt di questo tipo è disposto anche a rifinanziare il debito esistente anche a fini di rimborsare un finanziamento soci erogato a suo tempo al momento dell’acquisizione della società target da parte di un fondo di private equity. Un’operazione di questo tipo, in genere, non è tipica da banca italiana.

I protagonisti del mercato dei private debt in Italia sono più spesso operatori esteri come Tenax Capital e Tikehau Capital, che hanno ormai in portafoglio parecchie posizioni su PMI italiane, così come Pricoa Capital (gruppo Prudential) e Pemberton. Ma anche alcuni fondi italiani come quelli di Quadrivio sgr (oggi Green Arrow sgr) e di Emisys o come sarà appunto quello appena lanciato da Dea Capital Alternative Funds e, quando sarà operativo, anche Main Capital Fund I, il primo fondo lanciato da Main Capital Partners sgr, costituita da poco e ancora in attesa di autorizzazione da parte della Banca d’Italia.

 

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E in arrivo ci sono altri possibili fondi, come riferito da MF Milano Finanza nei giorni scorsi. Per esempio, stanno studiando il mercato del private debt e direct lending anche Amundi sgr e Prelios sgr, con quest’ultima che sta ragionando sul possibile lancio di un fondo dedicato al finanziamento di operazioni immobiliari e, sempre sul fronte immobiliare, in raccolta c’è pure il nuovo fondo di private debt e direct lending di P&G sgr dedicato agli immobili commerciali.

Tra gli operatori di private debt che potrebbero erogare anche credito, però, nessuno sinora ha chiuso operazioni di direct lending in Italia, sebbene in Europa e negli Usa questa attività sia già parecchio sviluppata. In Italia, invece, seppure formalmente sdoganata un paio di anni fa con l’introduzione di norme dalle quali si poteva dedurre la possibilità per i fondi alternativi Ue di erogare credito direttamente, nella pratica non era partita, perché i vari attori non erano del tutto convinti che tutti i tasselli regolamentari fossero perfettamente in linea e, per evitare problemi, preferivano continuare come si era sempre fatto, quindi utilizzando la struttura dei bond, seppure spesso sottoscritti interamente da un unico investitore.

Queste remore, però, sono venute meno, dopo che il decreto del febbraio 2016 sulla riforma delle Bcc e la Gacs ha scritto nero su bianco che i fondi di investimento alternativi italiani ed europei (FIA) possono investire in crediti di aziende italiane ed erogare direttamente credito alle stesse aziende italiane.

Così oggi i nuovi fondi di private debt che partono tendono a prevedere anche la possibilità del direct lending, in modo da non precludersi opportunità. Qualche fondo specializzato soltanto in direct lending comunque oggi c’è; si tratta, in particolare, di fondi che investono in crediti commerciali offerti sulle piattaforme fintech, ma questo tema merita un approfondimento a sé che vedremo prossimamente.

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