Finanza e Mercati - 09 ottobre 2018
Reward crowdfunding, un modo per finanziare un prodotto che ancora non c’è

Si raccolgono gli ordini, si produce e poi si distribuisce il prodotto o il servizio promesso. E funziona.

di BeBeez

Gli investitori italiani e internazionali considerano il made in Italy come un’ottima opportunità di investimento. Il settore è fatto di molte piccole imprese, che possono essere supportate nello sviluppo con ottimi ritorni potenziali; per questo gli investitori di private equity e anche quelli in strumenti di private debt sono sempre più spesso in prima linea quando si tratta di investire in aziende delle filiera agro-alimentare, della moda, dell’arredamento o del design, cioè i prodotti italiani più facili da vendere al grande pubblico.

Ma i produttori più piccoli cosa possono fare? Certo non possono essere il target di fondi di private equity, né possono emettere bond, magari non sono nemmeno pronti per il venture capital e l’equity crowdfunding o ritengono queste opzioni troppo impegnative, perché non cercano soci, ma solo un modo per finanziare la produzione e incrementare quindi le vendite. La soluzione alternativa esiste, ma in molti casi le aziende italiane, soprattutto quelle che operano in settori tradizionali, appunto come l’alimentare, la ristorazione, l’arredamento e il design, non la conoscono o la considerano, a torto, troppo lontana dalle proprie corde, lasciandola per esempio più volentieri ai “nerd” che producono videogiochi e che trovano facile cercare clienti online.

Stiamo parlando del reward-based crowdfunding. Si tratta di un metodo di raccolta di denaro tramite piattaforme web specializzate in cui gli utenti offrono denaro non in cambio di quote di capitale delle aziende presentate (come nel caso dell’equity crowdfunding), bensì in cambio di una ricompensa (reward), che può essere il prodotto o il servizio (fornito in questo caso a prezzo scontato o in una forma esclusiva rispetto alla normale produzione) per il quale si chiede il finanziamento. In sostanza in questo modo le aziende decidono di rivolgersi al popolo di internet sostanzialmente per vendere in anticipo il proprio prodotto o servizio e testarlo con il pubblico. È insomma un modo per finanziare la produzione di un prodotto o un servizio che ancora non c’è: si raccolgono gli ordini, si produce e poi via via nei mesi successivi si distribuisce il prodotto promesso. E funziona.

Kickstarter è una delle più note piattaforme di questo tipo negli Usa, che dal 2012 alla prima settimana di ottobre 2018 ha lanciato quasi 420 mila progetti che puntavano a raccogliere 3,9 miliardi di euro e portato al successo poco più di 150 mila progetti, per un totale raccolto di quasi 3,5 miliardi di dollari. Sembrano numeri enormi, ma nella realtà la percentuale di successo delle campagne è stata in media del 36,4%, con la maggior parte delle campagne che ha raccolto meno di 10 mila dollari; il che porta la dimensione media dei progetti finanziati su Kickstarter in linea con quella delle piattaforme europee e italiane.

Kickstarter

Detto questo, ci sono state alcune eccezioni che vale la pena di ricordare e che hanno avuto protagonisti proprio aziende italiane. Per esempio, la startup Mukako, specializzata in ecommerce di prodotti e servizi per la prima infanzia, nel giugno 2017 ha chiuso con successo una campagna di reward crowdfunding per il progetto [MU]table, un originale tavolo per bambini ricco di giochi e funzionalità che ha raccolto 222.254 euro, posizionandosi come la tredicesima campagna italiana ad aver raccolto più fondi negli otto anni di storia della celebre piattaforma di crowdfunding su oltre 2600 progetti. La campagna è stata sottoscritta per oltre il 95% all’estero, principalmente in Usa e Nord Europa. L’interesse è stato tale da convincere la società a lanciare una nuova campagna di reward crowdfunding su un’altra grande piattaforma internazionale, Indiegogo, che si è poi chiusa lo scorso dicembre raccogliendo altri 281 mila euro. Mentre lo scorso aprile si è chiusa la campagna per una versione 2.0 su Kickstarter dove ha raccolto poco meno di un milione e 50 mila euro, su un target di soli 50 mila euro e ora si è passati alla campagna InDemand su Indiegogo. Già, perché la piattaforma di reward crowdfunding in questione permette alle aziende che hanno chiuso campagne con successo di continuare a vendere i propri prodotti tramite la piattaforma.


Sempre su Kickstarter va segnalata la doppietta di Clairy, una start up italiana che dal 2016 sviluppa prodotti ibridi e sostenibili che uniscono natura, tecnologia e design Made in Italy per la purificazione dell’aria degli ambienti indoor. Nel 2016 aveva lanciato una campagna di reward crowdfunding, per un vaso intelligente che purifica l’aria, sulla piattaforma globale Kickstarter ottenendo un grande successo: 231 mila euro raccolti grazie al sostegno di 1281 clienti/investitori. Quest’anno, la startup ha deciso di lanciare Natede, un nuovo prodotto più sofisticato, e, ancora una volta, si è affidata al crowdfunding di Kickstarter. E con risultati eccezionali: la campagna, infatti, che si è conclusa all’inizio di giugno, ha raccolto ben 765 mila euro grazie a oltre 3800 pre-ordini.

E poi c’è il caso di scuola di Filippo Loreti, produttore dell’omonimo marchio di orologi da polso, che di campagne di reward crowdfunding su Kickstarter nel ha condotte addirittura tre in due anni riscuotendo un enorme successo: ordini per 927 mila dollari nella prima campagna del dicembre 2015 che aveva target di soli 25 mila euro, per 4,8 milioni di euro nella seconda campagna che si è chiusa a dicembre 2016 e oltre 3,5 milioni di euro nella terza campagna chiusa a novembre 2017.

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In ogni caso, si diceva, nella realtà il grosso dei progetti promossi dalle piattaforme anche internazionali si colloca su raccolte attorno ai 10 mila dollari e quindi già progetti che portano a casa 20 o 30 mila euro si possono dire ben riusciti, soprattutto se si considera che un conto sono le paittaforme come Kickstarter o Indiegogo che hanno una platea globale i potenziali investitori/ clienti e un conto sono le piattaforme locali.

In Europa continentale le piattaforme di reward crowdfunding hanno raccolto in totale 190,8 milioni di euro nel 2016 (da 139 milioni nel 2015), pari al 9,2% di quanto raccolto da tutte le piattaforme di crowdinvesting, secondo l’ultimo report dell’Università di Cambridge sulla finanza alternativa pubblicato lo scorso gennaio e relativo agli ultimi dati aggregati disponibili. Quell’anno in Europa continentale il primo settore era stato quello del finanziamento ai privati (697 milioni da 366 milioni nel 2015), seguito dal finanziamento alle imprese (350 milioni da 212 milioni), dall’invoice financing (252 milioni da 81 milioni) e infine dall’equity crowdfunding (219 milioni da 159 milioni). Al quinto posto c’era appunto il reward crowdfunding, che in Italia ha comunque un suo spazio importante, dato che nel 2016 ha raccolto un totale di 20 milioni di euro, collocandosi terzo in classifica dopo Francia (48 milioni) e Germania (32 milioni). Il tutto con una raccolta media per progetto di poco più di 15 mila euro e con una percentuale di successo delle campagne del 54%, quindi ben superiore al 36% di Kickstarter.


I progetti di reward-based crowdfunding in Italia sono stati più spesso legati a iniziative benefiche, ma via via le aziende stanno capendo che in realtà si tratta di uno strumento alternativo di finanziamento del business. E ovviamente le prime aziende a capirlo sono state quelle più tech. Non è un caso che già a dicembre 2014, agli albori del reward crowdfunding in Italia, il video gioco Super Cane Magic Zero, a firma di Sio, magico fumettista nonsense, e le sue creazioni dal mondo di Scottecs, sia riuscito a raccogliere oltre 38 mila euro su un target di 20 mila sulla piattaforma Eppela.

In genere il rapporto tra il crowd e il progettista si basa sulla fiducia: il denaro inviato dai sostenitori finisce direttamente sul conto del progettista solo a campagna conclusa e a traguardo raggiunto; ma che poi il progettista utilizzi il denaro ricevuto per lo scopo dichiarato non è garantito dalla piattaforma.

Le piattaforme Indiegogo e Kickstarter chiedono entrambe una commissione del 5% sulle risorse raccolte dalle campagne di successo, mentre non chiedono nulla per le campagne che non hanno raggiunto il target di raccolta. Le piattaforme italiane hanno commissioni diverse: per esempio in Italia, mentre Produzioni dal Basso chiede a sua volta il 5%, Eppela ha un range commissionale che va dal 5% al 9% al 15% a seconda dei servizi di supporto alla campagna offerti, Derev va dal 4 al 9%, mentre Ululé va dal 5,09% all’8,14%.

Da segnalare infine che il reward crowdfunding si sta sviluppando anche in un settore molto particolare: quello dei progetti culturali, attraverso una piattaforma specificamente studiata per questo, battezzata BeCrowdy. La piattaforma, che dal lancio a oggi ha raccolto 450 mila euro spalmati su 100 progetti, è infatti dedicata esclusivamente a progetti culturali e artistici, e tramite BeCrowdy, quindi, gli artisti e i promoter possono proporre i propri progetti e finanziarli tramite l’aiuto della community. Oltre ai consueti soggetti tipici del crowdfunding, infatti, il beneficiario (l’artista) e il donatore (la community), BeCrowdy aggiunge un terzo soggetto attivo: il promoter che può realizzare progetti che altrimenti rimarrebbero solo sulla carta, usufruendo inoltre dell’effetto promozionale implicitamente generato dalla campagna online.

 

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Categoria: Finanza e Mercati

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